c Piano casa. “5 buoni motivi per respingere il decreto devasta paese” - 25/03/2009 (Rassegna Stampa - Ass. Progetto Gaia)
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[Data: 25/03/2009]
[Categorie: Economia ]
[Fonte: Legambiente]
[Autore: Legambiente]
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Piano casa. “5 buoni motivi per respingere il decreto devasta paese”
12 mesi di condono preventivo in barba a qualsiasi regola; il territorio in mano ai cementieri e nessuna possibilità d’intervento per i Comuni che possono solo assistere allo scempio.

Legambiente ha analizzato il decreto in discussione e evidenziato i 5 motivi per respingere decisamente questo Piano:

1. E’ un invito al cemento illegale: l'autocertificazione del progettista e la deroga agli strumenti urbanistici per interventi che possono arrivare (legalmente) ad aumentare del 40% la volumetria di un edificio (utilizzando il bonus del vicino per raddoppiare il 20% previsto nel decreto) con anche la possibilità del cambio di destinazione d’uso, non sono altro che un invito all'illegalità. “Altro che rilancio dell'edilizia di qualità - ha sottolineato Legambiente -. Se si considera che dopo questo provvedimento il Governo ha già annunciato l'allentamento delle sanzioni per i reati in campo edilizio, in larga parte d’Italia andremo ben oltre quel 40%. L’immagine che ne viene fuori è quindi quella di un Italia in mano agli speculatori e al lavoro nero, oltretutto con la certezza dell'impunità”.

2. Via libera agli scempi nelle aree tutelate. Per la prima volta dal dopoguerra si potrà intervenire nelle aree tutelate realizzando anche veri ecomostri in tutta regola. A leggere gli articoli si capisce che siamo di fronte a un vero ed esplicito invito ad ampliare, demolire e soprattutto ricostruire come si vuole, vista la difficoltà di intervento da parte delle Soprintendenze. Le aree in cui gli interventi sono esclusi sono talmente limitate che persino nei parchi nazionali (vietate solo le zone A, dove però ci sono solo boschi…), nelle aree sottoposte a tutela paesaggistica (laghi, aree costiere, boschi ecc.), e nei centri storici si possono realizzare interventi. Le soprintendenze possono intervenire solo per provare a fermare interventi in edifici e aree tutelate, ma con armi spuntate perché devono scrivere un parere motivato entro 30 giorni per dimostrare “concretamente e motivatamente l’incompatibilità dell’intervento con il vincolo”. Se non lo fanno scatta il silenzio assenso, ma se anche ci provano è sicuro il ricorso al Tar da parte dei cementificatori per verificare se il parere è “motivato”. Del resto è tale il guadagno possibile che vale la pena provarci. Incredibilmente negli edifici dei centri storici non sottoposti a specifica tutela (che sono moltissimi) si possono realizzare sopraelevazioni e aumenti di cubatura, demolizioni e ricostruzioni, e l’unica indicazione che i Comuni possono dare entro 30 giorni riguarda gli aspetti tecnico-estetici previsti dalle normative. Superati i 30 giorni scatta il silenzio assenso e si può ampliare, elevare, coprire con tetti in eternit, aprire finestre, realizzare balconi, il tutto utilizzando materiali e colori di ogni tipo.

3. Non chiamatelo Piano casa! “Smettiamola di giocare con le parole – ammonisce Legambiente - questo provvedimento non è una risposta all'emergenza abitativa. Il Governo continua a chiamarlo piano casa per farlo sembrare un intervento utile a fini sociali, ma è solo una furbata. Per il vero “Piano casa” è prevista un elemosina mentre si regalano soldi (in cubature) a chi una casa ce l'ha già”. I numeri parlano da soli: gli alloggi che si potranno realizzare in questo modo saranno circa 5000 a fronte delle 150mila persone a rischio sfratto (secondo il Sunia). Il 20% in più riguarda i proprietari di casa, favoriti senza ragione e come al solito nel Paese che in Europa ha il più basso tasso di alloggi di edilizia residenziale pubblica (meno di Grecia e Portogallo). Legambiente chiede di aumentare il fondo per gli alloggi prendendo le risorse dall'evasione fiscale e dagli 1,3 miliardi di Euro stanziati per il Ponte sullo Stretto.

4. La presa in giro dell’efficienza energetica. Rubinetti in cambio di metri cubi.
L’ampliamento del 20 o 40% (se si utilizza il bonus del vicino) non è legato ad alcun obiettivo energetico. Nel caso della demolizione e ricostruzione, i primi testi fatti circolare parlavano di un 30 che arrivava a 35% nel caso di attenzione alla bioarchitettura. Invece ora il 35% è per tutti ma è di una genericità assoluta e senza alcun parametro per valutare gli interventi. Basterà autocertificare che si utilizzano tecniche di bioedilizia (non definite dalla legge) o fonti di energia rinnovabili (senza specificare in che misura) o si risparmia nell’utilizzo delle risorse idriche e potabili. In pratica, quindi, basterà dichiarare di aver inserito qualche riduttore di flusso nei rubinetti (del costo di qualche decina di euro) o una vernice di origine naturale per avere diritto a un aumento di cubatura che permetterà un guadagno di decine di migliaia di euro. L’ulteriore beffa è che questi interventi vaghi e senza alcun effetto vero di riduzione dei consumi energetici o idrici possono beneficiare anche di un 50% di riduzione degli oneri di urbanizzazione. Uno sconto senza motivo.

5. La deregulation che rende più invivibili le nostre città. Si possono realizzare ampliamenti, demolizioni e ricostruzioni “in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi”. A questi interventi si può aggiungere il mutamento di destinazione d’uso “in tutto o in parte”, completamente al di fuori di qualsiasi regola. “E’ evidente – sottolinea ancora Legambiente - che esistono conseguenze urbanistiche a decisioni di questo tipo che possono rendere un quartiere invivibile, perché privo di parcheggi e di servizi essenziali. Unico limite non realizzare un ipermercato”.

L’insieme di queste procedure rischia di trasformare la memoria storica e l'identità del Paese. Diventerà possibile e legale trasformare edifici ma pure paesaggi con ampliamenti realizzati con materiali e soluzioni degradanti. Per chi abita in città può significare trovarsi improvvisamente di fronte un palazzo con qualche piano in più, e magari non vedere più il cielo. Nei condomini aumenteranno i contrasti, anche grazie al cambio di destinazione d'uso senza controllo da parte dei Comuni, che può portare a problemi di incompatibilità di funzioni e ad errori urbanistici. Al posto di un capannone potrà comparire un palazzo, al piano terra di un condominio magari si aprirà una discoteca; per le aree agricole, costiere e alpine sarà possibile innalzare piani o edifici senza alcuna logica.

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